- Educazione stradale, ‘Sii saggio guida sicuro’ fa tappa ad Acerra
- Il ‘Castello nel cilindro’ e Acerra diventa magica !!!
- Sequestrati 80mila litri di gasolio di contrabbando, 4 denunce
- Giornata della dell’Unità Nazionale, l’amministrazione inaugura la ‘Parete della Costituzione’ alla scuola Caporale
- Consiglio Comunale, la maggioranza smaschera le contraddizioni dell’opposizione
- Acerrana, a fine stagione l’addio della famiglia Guastafierro
- Pomigliano, movida violenta: due feriti, una ragazza accoltellata
- Acerra: Sindaco, Caritas, Vescovo e Asl inaugurano l’ambulatorio popolare
- Polveri sottili, nell’aula consiliare presentato lo studio dell’Arpac sulle particelle
- Truffa agli anziani, acerrano ‘beccato’ in Toscana
Inventarono accuse contro un immigrato, chiesti oltre 11 anni a testa per tre carabinieri
Sono di Quarto, Acerra e Teverola ed all’epoca dei fatti prestavano servizio alla Compagnia di Giugliano.
ACERRA – Undici anni e 8 mesi di reclusione a testa: è quanto ha chiesto l’altro giorno il pubblico ministero della Procura della Repubblica presso il tribunale di Napoli Nord Stefania Faiella nei confronti dei tre carabinieri a processo per aver inventato le accuse nei confronti di un ghanese poi ingiustamente arrestato perché coinvolto nel fantomatico progetto di un attentato terroristico. Castrese Verde, 46enne di Quarto, Giuseppe D’Aniello, cinquantenne di Teverola ed Amedeo Luongo, 49enne di Acerra, tutti in servizio – ora sospesi – presso la Compagnia di Giugliano hanno scelto il rito abbreviato: nella prossima udienza spazio alle discussioni della difesa e successivamente pronuncia della sentenza di primo grado del gip Antonino Santoro. I tre sono in carcere a Santa Maria Capua Vetere: avevano già ammesso le proprie responsabilità dicendosi pentiti per l’accaduto e chiedendo scusa all’Arma dei carabinieri ed all’Italia intera.
Secondo l’accusa avevano ideato un piano per prendersi un encomio e riabilitare al tempo stesso la propria posizione: sapevano, infatti, di una indagine sul loro conto ma non dei dettagli nonostante avessero provato a capire quali fossero gli elementi a carico. Così, individuata la palazzina di via dei Pini a Giugliano nella quale abitavano diversi migranti, tutti di religione islamica e recuperate due pistole, avevano dato il via al diabolico piano. Una volta effettuata l’irruzione era stato fermato Khailu Munkail Osman, bracciante ghanese. Da un borsone erano state estratte le armi e ricondotte alla disponibilità dell’africano: dalla successiva perquisizione nell’alloggio, poi, erano state piazzate una copia del Corano, una mappa del centro commerciale Auchan di Giugliano con tanto di cerchiature rosse ad indicare gli accessi alla struttura ed alcuni bigliettini in italiano, inglese ed arabo inneggianti al martirio. Tutto, però, rigorosamente falso. Così Osman erano stato arrestato ingiustamente.
Nel piano originario, in realtà e per dare maggiore credibilità al disegno criminoso, nel ‘covo dei jihdaisti’ i carabinieri avrebbero voluto portare anche una bandiera dell’Isis, poi non reperita. Dalle intercettazioni era emerso che uno dei carabinieri si era rivolto ai colleghi pochi giorni prima di dare il via a quella che avevano ribattezzato ‘operazione Isis’ dicendogli che con quell’azione “diamo una mano a Salvini “. Il loro piano, infatti, avrebbe dovuto avere una ribalta mediatica nazionale e portarli ad alzare il loro livello di considerazione all’interno dell’Arma, forti anche del particolare momento storico, con un’allerta terrorismo senza precedenti. L’irruzione nella zona individuata ad elevata presenza di migranti avrebbe dovuto produrre più di una persona fermata: ecco il riferimento al tema politico nazionale, con il ministro dell’Interno in pressing sull’Europa per una regolarizzazione degli ingressi in Italia ed una redistribuzione tra i paesi dell’Unione.










