A 88 scompare una figura di riferimento per la cultura e la ricerca archivistica partenopea.
NAPOLI – Quella mattina Vico Pontenuovo era illuminato da una luce dorata che mi faceva sorridere ad ogni passo, le gambe erano leggere di speranza, la mia borsa piena di carte, appunti, disegnetti su certi ignoti intagliatori di legni che lavoravano da queste parti verso la fine del Cinquecento. Palazzo Caracciolo non era ancora un ‘signature hotel’ a servizio delle squadre di calcio, Made in Cloister era solo il chiostro malandato di Santa Caterina a Formiello ma San Gennaro lì di fronte e Orione al fianco del Tribunale erano al loro posto e un saluto beneaugurale mi sembrava sacrosanto. Ancora due passi in salita e potei imboccare il decumano maggiore, buio, rumoroso, bellissimo come sempre.
Entrata a Palazzo Ricca presi le scale fino alla sala consultazione dell’Archivio Storico del Banco di Napoli e bussai al campanello. Mi aprì un’archivista gentile che formalizzò il mio arrivo con tutte le procedure del caso. Poi mi chiese se avessi bisogno di cercare qualcosa in particolare. “Sì, risposi io”, e feci i nomi di alcune maestranze della carpenteria del soffitto perduto dell’Annunziata che, nella mia immaginazione, avrebbero dovuto accendere una scintilla nella mente della gentile funzionaria che mi avrebbe dunque presentato in quattro e quattr’otto un fascicolo di documenti pronti da inserire nella mia ricerca.
E invece no.
L’espressione di lei si fece concentrata e meditabonda.
“Hai detto Annunziata, quindi AGP, 1584 o 94, non ho capito?”
Guerra Giovannantonio? Dobbiamo controllare in pandetta.
Hai già visto all’ASMuN?”
Così, a mitraglietta e mi guarda con vivacissima curiosità aspettando fremente qualche risposta.
“Ecco, io non ho capito niente!” esclamai io, intontita.
“Va bene, non ti preoccupare, partiamo dal 1594, compila subito la richiesta che facciamo andare i ragazzi”. Mi spiegò due cose e se ne andò nel suo ufficio.
Le gambe mi si fecero pesanti all’improvviso e il sorriso di qualche minuto prima si trasformò in una smorfia di tensione. Malgrado la forte tentazione non scappai e provai a redigere il bigliettino di richiesta volumi in modo sensato come mi aveva detto lei, lo consegnai agli operai col carrello, dunque mi misi seduta buona buona ad uno dei tavoli su cui troneggiavano diversi volumi alti un metro.
Dopo un po’ arrivò il mio. Lo aprii con una certa emozione nella speranza di chiarirmi anche solo una delle confuse idee che avevo in mente ma trovai solo numeri e nomi e scarabocchi, scarabocchi, nomi e numeri. Alzai gli occhi da quelle carte incomprensibili con lo sguardo sconsolato.
Ecco, io non ho capito niente! Ritornai a dire fra me e me.
“Non ti preoccupare, piano piano” disse l’archivista gentile mentre si alzava pazientemente dalla poltrona del suo ufficio che potevo vedere in fondo alla sala e mi raggiunse.
Si mise appresso a me a scartabellare fra le righe polverose in cerca di qualcosa di sensato seguendo le scarsissime informazioni che le avevo dato.
Poi arrivò lui, il Direttore, che buttò un’occhiata al caos che aleggiava sul mio volto e senza dire niente si presentò dicendomi: “ah, stai cercando uno scultore, bene bene, hai visto nel libro mio?”
No, non avevo visto. Non sapevo manco a quale libro si riferisse. E nemmeno il nome del direttore. Come ne sarei uscita da quella situazione io proprio non ne avevo idea. Che vergona.
“Dopo vedi se ci sta qualcosa” continuò liberandomi dal mio terribile impasse “ma nel frattempo controlliamo il numero di conto di questo signor Guerra e così vediamo che ha fatto quell’anno”. Dopo, solo un continuo e oscuro rimando di numeri, nomi e scarabocchi fra il direttore e la gentile archivista.
Non ricordo altro di quella mattinata se non che scendendo le scale di piperno che mi riportavano al budello fiammeggiante di Via Tribunali la mia mente vacillava fra le pandette e le filze, le sigle decorate dei volumi dei Banchi e quelle insolvibili dei copiapolizze. Insomma non avevo veramente idea di come l’avrei sfangata con la mia tesi di laurea perché di quella roba io non ci stavo capendo niente!
Il giorno successivo al mio arrivo l’archivista che con la consueta gentilezza aprì la porta, sorridendo mi fece segno di andare nella sala accanto: “il direttore ti vuole”, aggiunse
“A me?”
“Si, vai pure, ti sta aspettando!”
Ci deve essere un errore, pensai.
Entrata nella sala vidi Eduardo Nappi, il Direttore, con la testa dentro a un volume dell’AGP. Sentendomi entrare alzò gli occhi, mi vide e mi fece uno di quei suoi sguardi pieni di intelligenza e generosità di cui – non potevo sapere – avrei goduto ancora tanto spesso negli anni a venire.
“Piccerè, aggio truvato ‘na cosa pe ttè.
Quel documento che cercavi ieri, sta qua, mi pare facile facile ma mo ce lo leggiamo assieme”
“Direttore ma io non so che dirle” risposi esterrefatta
“E che mi vuoi dire, noi questo dobbiamo fare qua, cerchiamo le carte e le leggiamo per voi che dovete scrivete le cose importanti”. Era serio, anche se di spirito allegro, e non importava che io fossi una mocciosa alle primissime armi, si trattava di compiere una missione altissima: scoprire un piccolo indizio segnato su una carta conservata ‘a casa sua’ che era necessario a ricostruire una storia perduta.
Nello specifico si trattava del pagamento che Guerra aveva fatto a un tale per delle uova, farina e altre cibarie. Nessun intaglio, nessuna opera d’arte, nessuna storia di importanza capitale. Avevo tuttavia saputo che un certo Guerra Giovanni Antonio (forse era l’intagliatore o forse no) era a Napoli nel 1594 e teneva un conto all’AGP, non era vegano né celiaco. Da una parte bisognava pur cominciare!
Da quella mattina molte storie hanno preso forma in quelle stanze, di tesi poi ne ho scritte tre e pure qualche altra cosa in verità, ho ricercato, ancora per l’Università, sempre i miei amati falegnami, maestri d’ascia e scultori di foglie, fiori e capuzzelle lignee e, seppure spesso tornavo a non capirci niente, mai un giorno ho fatto quelle scale col timore di perdere tempo perché ogni frammento recuperato in quei faldoni era in potenza un anello di una catena di significati che a volte non erano utili subito o magari non lo sarebbero mai stati per me ma per qualcun altro invece forse sì.
In quegli anni, ormai lontani, ho imparato che la pazienza è una attività e non una superficie inerte, che bisogna lasciar decantare le informazioni facendo loro spazio nella mente che sempre deve essere vigile e pronta, che è necessario confrontarsi con tutti, dallo studioso del tavolo accanto al venditore di uova e farina di qualche secolo fa, che è fondamentale lavorare appassionatamente alle proprie ricerche tenendo ben chiaro che nessuna ricerca ci appartiene e che bisogna farsi strumento delle carte apparentemente mute e dar loro voce.
Questi gli insegnamenti di Eduardo Nappi che raramente ho trovato altrove.
Forse non esisterà mai più nessuno come lui, uomo meraviglioso, curioso ed onnivoro esploratore dei fondi dei gloriosi Banchi, maestro incontrastato di lettura astrusa, appassionato conoscitore della storia della sua città, amorevole riferimento per i suoi studiosi, adorabile interlocutore del tempo, del traffico, del pallone, della ‘nostra’ Sant’Eframo.
Addio a Eduardo Nappi, vero Archivio del Banco di Napoli, spirito altissimo della preziosa umanità che fu.
el.em
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