Cultura e Spettacoli

Niente lezioni dai francesi. Capodimonte al Louvre, operazione inopportuna

Si pensi piuttosto ad organizzare un servizio trasporti migliore per portare i visitatori a Capodimonte.

A quanto pare non siamo rimasti in molti a ritenere inopportuna l’operazione congegnata dal Museo di Capodimonte, nella persona del suo baldo alfiere, di trasferire, seppure temporaneamente, capolavori eterni delle collezioni napoletane al Louvre. Mi sembra infatti che molti indignati della prima ora si siano poi ravveduti in nome del grande prestigio che ne ricaverebbe il museo, la città, Pulcinella, ‘o munaciello, la pizza a portafoglio e pure Maradona che il PSG se lo poteva solo sognar. Tutti intellettuali intelligentissimi sia ben chiaro, ma forse fra le righe di un semplicistico ancorché didascalico sentimento di amor patrio leggo un discreto senso di obbedienza che in un certo sistema di valori reali può anche funzionare ma se da queste parti abbiamo sempre mal digerito gli editti dei Re, di certo, e non scherzo, non cominceremo oggi a prendere lezioni dai lacchè.

Ad ogni modo non so come sia possibile gonfiarsi il petto di orgoglio per questa insana idea di prendere 60 fra i più importanti dipinti di un luogo di raffinatissima cultura – come di fatto Capodimonte è da secoli, ben prima cioè che Poppella si inventasse il fiocco di neve, che i quartieri spagnoli diventassero un Luna Park, che Jago spiegasse alla città come si fa a far riaprire un bene chiuso da decenni per erigere un altare al suo proprio ego – impacchettarli, incartarli e infiocchettarli ben bene con le sete di San Leucio e spedirli a Parigi, svuotando di fatto la reggia Borbonica che oggi si affaccia un poco sconsolata su quella verdissima collina. Non lo comprendo perché i valori esornativi del prestigio, del buon nome, della reputazione non solo mi fanno venire l’orticaria per la loro vacuità ma di fatto sono proprio fasulli, a maggior ragione in questo caso. L’operazione ‘Bella Napoli’ come immagino la chiamino da Pigalle a Saint-Eustache, in origine pareva un’imperdibile occasione per garantire la fruizione di un museo che si apprestava a sostenere importantissimi lavori di restauro e che avrebbe chiuso i battenti per qualche anno. Dunque Parigi è parsa da subito a tutti una buona idea, Wizz Air ha immediatamente messo i biglietti per Charles de Gaulle a 30 euro a/r in giornata, incluso il viaggio in metrò e visita al Louvre a patto di riuscire a dimostrare la residenza fra il Mojariello e la Masseria Cardone, oppure in alternativa conoscere il nome e il cognome di battesimo dell’autore dell’Antea.

Qualcuno però ha mal digerito la storia della chiusura del museo perché effettivamente quel grosso edificio a latere del meraviglioso giardino rifiorito di recente, poteva ancora accogliere, e pure con grande vantaggio, le frotte di turisti che affollano la città 365 giorni all’anno, 366 nei bisestili. Wizz Air si è subito tirata indietro, “a Parigi sì ma a Capodimonte io come ce li porto a questi? Chiagnetavell’ vuje” pare abbia concluso in perfetto ungherese.

“Bene, giusto, ci avete convinto, allora niente, non si chiude!”

Fecero in coro i funzionari del museo.

“Dunque niente Parigi?” Osò chiedere qualcuno.

Sourde oreille fecero quelli.

Oggi tutti a Parigi col vestito buono, mascherina oculare di Air France business class in tasca e parole di dolcissimo miele per gli organizzatori e fiele amarissimo per i detrattori che non avrebbero diritto nemmeno di vivere per quanto sono ignoranti, incapaci, ingrati.

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