“Criminali senza scrupoli che hanno piegato le loro competenze imprenditoriali al perseguimento del soldo facile”. Lo sottolinea il Tribunale di Napoli – sezione per l’applicazione delle misure di prevenzione (presidente Teresa Areniello) nel decreto notificato dal nucleo Pef della Guardia di Finanza di Napoli ai fratelli Giovanni, Cuono e Salvatore Pellini, con il quale sono stati confiscati beni per quasi 205 milioni di euro. L’autorità giudiziaria sottolinea la “concreta e grave capacità criminale” degli imprenditori che ha provocato “conseguenze devastanti nei territori interessati e per l’ambiente nonché per gli animali e le persone, per le quali la relazione di malattie tumorali a quelle attività che avvelenavano i terreni è più che un sospetto”. Per i giudici, quindi, i fratelli Pellini, “non erano onesti imprenditori, per errore impattati nell’illecito”. Il decreto di confisca si inserisce nel solco delle indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, che dopo l’annullamento per vizi formali della precedente confisca da parte della Corte di Cassazione nell’aprile 2024, ha rinnovato la proposta di misura di prevenzione patrimoniale, ritenendo ancora sussistenti sia la sproporzione patrimoniale sia la pericolosità “qualificata” dei Pellini.
Secondo il Tribunale di Napoli – sezione misure di prevenzione – il sistema messo in piedi dagli imprenditori Pellini – a cui oggi il nucleo Pef della Guardia di Finanza di Napoli ha confiscato beni per quasi 205 milioni di euro – si reggeva anche su “un sistema di fatturazioni false” e su una “imponente evasione fiscale”, che hanno determinato “la creazione e l’immissione nei circuiti economico-finanziari di ingenti capitali” qualificabili come di “illecita provenienza”. Nel decreto si sottolinea anche che “il successivo reimpiego di tali risorse finanziarie non solo ha consentito di accrescere le potenzialità economiche dell’impresa interessata, ma ha prodotto un progressivo effetto moltiplicatore che ha intaccato tutti i successivi investimenti”. Il tribunale ha ritenuto che i beni confiscati costituiscano “frutto della illecita attività” o “reimpiego dei proventi della stessa”: nel decreto si fa riferimento alla condanna definitiva per disastro ambientale e alla ricostruzione economico-patrimoniale dei fratelli Pellini che ha evidenziato una marcata sproporzione tra i redditi dichiarati e gli investimenti effettuati nel tempo.