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L’aria di Acerra inquinata da traffico, porto e stufe a pellet
Trascurabile, invece, l’apporto del termovalorizzatore. Lo dice uno studio del Cnr: desta preoccupazione, però, la mancata possibilità di misurazione delle emissioni dei roghi tossici, in cui si concentrano le particelle sottili. L’aria di Acerra e della provincia di Napoli inquinata dal traffico, dal porto, dai riscaldamenti (in particolare stufe a pellet) ma non dal termovalorizzatore. E’ quanto dimostra uno studio all’avanguardia realizzato dal Cnr (condotto da Isafom) e commissionato dalla Regione Campania (in accordo col Comune di Acerra) in adempimento a quanto richiesto in sede di rinnovo dell’autorizzazione integrata ambientale all’impianto di Acerra. “Ciò che desta maggiormente preoccupazione, però – spiega Enzo Magliulo, lo scienziato Isafom-Cnr che ieri mattina ha presentato il documento a Roma – sono le polveri sottili, che non sono risultate monitorabili”. La causa ? I roghi tossici dell’area, che danno una differenza eclatante tra il dato ufficiale dell’Arpac – comunque alto – ed i parametri del modello utilizzato per misurare la qualità dell’aria, che il Cnr non è riuscito a riprodurre proprio per via degli incendi incontrollati di rifiuti. Lo studio – pagato dall’A2A, l’azienda che gestisce il termovalorizzatore di Acerra – è partito dal presupposto del ‘chi emette cosa’ sulla base dell’inventario Ispra del 2010. Ad Acerra (nello studio definita dominio locale in un’area di 25 km) è il traffico a contribuire in maniera decisiva ad una scarsa qualità dell’aria, con quasi il 48% per quel che concerne gli ossidi di azoto: seguono le industrie (40%), le emissioni del riscaldamento (5%), il termovalorizzatore (poco più del 3%) e porti ed aeroporti (2,8%). Per quel che concerne l’area regionale, invece, sotto accusa le navi da crociera del porto di Napoli, con la percentuale che da poco meno del 3% s’impenna ad oltre il 18. Esaminando le particelle Pm10, poi, ad Acerra salgono le percentuali delle emissioni dei riscaldamenti (e le stufe a pellets) fino ad oltre il 38%, il traffico si attesta a più del 41%, le industrie scendono al 16%, dati in linea col ‘dominio regionale’. “L’approccio scientifico e non pregiudiziale alle questioni ambientali – afferma il ministro all’Ambiente Gian Luca Galletti – è l’unica possibilità per questo Paese di recuperare il tempo perduto, dopo anni di veti a prescindere che hanno paralizzato lo sviluppo senza migliorare la qualità della vita dei cittadini. Questo si è visto nel tempo in particolare sul campo dei rifiuti, dove è bene chiarire che il male assoluto non sono i termovalorizzatori, ma le discariche che inquinano l’ambiente, fanno male alla salute delle persone e ci fanno pagare enormi multe in Europa per non risolvere il problema. L’esigenza di realizzare i termovalorizzatori – conclude Galletti – nasce dall’incapacità di molte Regioni di allestire un ciclo dei rifiuti moderno e attento alla salute dei cittadini e dell’ambiente: è un fatto che in alcune regioni ancora fino all’80 % dei rifiuti finisca in discarica e che in tante realtà la differenziata sia a livelli indecorosi”. (redazione)










