Cronaca e Attualità

Le mani della camorra sugli appalti pubblici in Toscana, 11 arresti: ecco chi sono

Un’inchiesta della Dda di Firenze per presunte intimidazioni finalizzate a rinegoziare i costi di lavori ottenuti da un’impresa edile in subappalto ha portato all’arresto, in esecuzione di misure cautelari, di 11 persone, tutte campane. Custodia cautelare in carcere per Giuseppe Castiello, 46enne del rione Salicelle di Afragola, Raffaele Panico, di San Felice a Cancello, Felice De Falco, 57enne originario del Napoletano ma residente nel Fiorentino, Gennaro Castiello, 27enne di Afragola, Giovanni Del Prete, 42enne di Afragola, Claudio Zanfardino, 46enne di Afragola e Domenico Abbategiovanni, 46enne napoletano ma trasferitosi a Prato. Ai domiciliari, invece, Michele Iorio, 33enne di Afragola, Salvatore Rosmarino, 36enne di Afragola, Armando Pecoraro, detto Lelluccio, 47enne di Castel Volturno e Francesco Biagio Di Grazia, 24enne di Afragola.
Il provvedimento eseguito è una misura cautelare disposta in sede di indagini preliminari, avverso cui sono ammessi mezzi di impugnazione e i destinatari della stessa, sono persone sottoposte alle indagini e, quindi, presunte innocenti fino a sentenza definitiva.

Gli indagati, spiega la procura, sono “gravemente indiziati, a vario titolo”, di estorsione e tentata estorsione aggravate dal metodo mafioso, di minaccia a pubblico ufficiale e tentata violenza privata. L’inchiesta, ‘Operazione Contractus’, avviata ad aprile 2025 dai carabinieri di Siena con i contributi di Nil e Guardia di finanza di Siena, avrebbe svelato “un sistematico e violento tentativo di infiltrazione della criminalità organizzata nel tessuto economico della regione Toscana”. Gli arresti sono stati eseguiti dai militari senesi con il supporto dei colleghi delle province di Napoli, Caserta, Prato, Firenze e Udine. Effettuate perquisizioni domiciliari e nella sede legale dell’impresa edile P.R.Appalti. Si tratta di una srl, spiegano gli inquirenti, “con sede formale in Campania ma attiva nei subappalti pubblici e privati in vari cantieri del Centro Italia, inclusi lavori finanziati con fondi Pnrr” che gli indagati avrebbero usato “come paravento legale per attuare un controllo gestionale di altre imprese mediante meccanismi intimidatori. Il sistema prevedeva l’imposizione unilaterale della rinegoziazione dei contratti”. Con “minacce e violenze, i titolari delle ditte appaltanti venivano costretti a modificare gli accordi ‘a corpo’ o ‘a misura’ in contratti ‘ad ore'” così da consentire “di gonfiare fittiziamente i costi, registrando la presenza di un numero sproporzionato di operai o ore di lavoro mai effettuate, precostituendo crediti ingiustificati”. In caso di rifiuto a liquidare le somme non dovute, gli indagati avrebbero reclamato il pagamento con “atti intimidatori e minacce fino all’occupazione dei cantieri”. La procura definisce “significativa” “la caratura criminale e, pertanto, la pericolosità” degli indagati: alcuni “sono risultati collegati allo storico clan camorristico Moccia di Afragola”. Il principale indagato intercettato avrebbe richiamato “esplicitamente la potenza del vincolo associativo per piegare ogni resistenza”: “‘Se mi arrestano a me… stanno altri mille soldati che rispondono ai miei ordini'”.
Gli inquirenti toscani che hanno condotto l’inchiesta sulle presunte estorsioni con metodo mafioso nei subappalti edili hanno rivolto un invito a denunciate agli operatori “vittime di forme di intimidazione e coercizione da parte di coloro che hanno operato sotto lo schermo sociale della P.R. Appalti srl”. Si tratta della società, con sede in Campania e “attiva nei subappalti pubblici e privati in vari cantieri del Centro Italia, inclusi lavori” finanziati col Pnrr che gli indagati avrebbero usato “come paravento legale per attuare un controllo gestionale di altre imprese mediante meccanismi intimidatori”.
Denunciare, così in una nota della procura di Firenze, è l'”unico sistema per superare l’isolamento e il ricatto mafioso, nell’auspicio che” gli operatori economici “possano assumere consapevolezza che la collaborazione con lo Stato rappresenti ineguagliabile strumento per ottenere il ripristino della legalità nel mercato degli appalti e la tutela della libera iniziativa imprenditoriale”.
Evidenziando come il richiamo, in un’intercettazione del principale indagato, “a una struttura militare pronta a subentrare nell’agire criminale garantiva agli indagati di spadroneggiare, cosicchè le azioni intimidatorie poste in essere hanno potuto esercitare assoluto assoggettamento negli imprenditori” minacciati, la procura spiega anche che i Carabinieri, durante l’inchiesta, hanno “assicurato una costante tutela alle vittime attraverso il monitoraggio preventivo e sistematico di ogni incontro a rischio tra le persone offese e gli indagati”. Ci sono stati anche “interventi volti all’allontanamento fisico dei membri del sodalizio durante l’occupazione dei cantieri e alla prevenzione delle ritorsioni”.

el.em.

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