Nell’ordinanza che ha portato a cinque arresti nel clan Rea-Veneruso il gip non ha accolto le misure cautelari per tre dei cinque capi d’imputazione.
CASALNUOVO – Il pizzo alla ditta rifiuti, una seconda tentata estorsione per lo spaccio al Parco Macello e il tentativo di investire con la moglie e la figlia minorenne di un altro pusher del complesso residenziale di Licignano. Sono i capi d’imputazione per i quali il gip ha rigettato la custodia cautelare in carcere – a varo titolo – nei confronti di quattro dei cinque arrestati che per questi fatti restano indagati a piede libero. Nello specifico ad uno è contestata l’estorsione in concorso con metodo mafioso insieme ad un’altra persona poi deceduta alla ditta del Beneventano che dal 2015 effettua il servizio di igiene urbana a Casalnuovo. Questa accusa si basa esclusivamente sui racconti di cinque collaboratori di giustizia, tra i quali tre appartenenti alla mala acerrana.
L’ipotesi è che la cosca abbia estorto costantemente somme di denaro alla società aggiudicataria dell’attività di raccolta dei rifiuti solidi in città: prima 7mila euro ogni tre mesi, poi 20mila euro ogni tre mesi e successivamente 10mila euro al mese. Dichiarazioni che il gip ritiene non sufficienti per la custodia cautelare in carcere in quanto i pentiti non riferiscono fatti e circostanze utili ai fini dell’individuazione di chi abbia effettivamente compiuto l’estorsione. Tra chi parla genericamente che la ditta in questione pagava la tangente al clan Rea-Veneruso senza specificare a quale personaggio, a chi chiama in reità per sentito dire senza avere elementi concreti fino a chi spiega che la ditta pagava alla criminalità in ogni comune dove prestava servizio, non c’è un solo collaboratore di giustizia che riferisca fatti a cui ha assistito o preso parte personalmente. Tutte le dichiarazioni de relato o con fonte lo stesso indagato oppure con fonte imprecisata.
Per quanto riguarda la tentata imposizione del pizzo ad un uomo che il clan riteneva aver avviato un’attività di spaccio nel Parco Macello, invece, il giudice ritiene che sia mancante la richiesta estorsiva pur essendoci stato un pestaggio ed il danneggiamento a colpi di ascia del motorino del fratello. Per la presunta vittima tale comportamento potrebbe essere legato alla consegna gratuita di una stecchetta di hashish ad un amico: una circostanza che avrebbe generato nel clan la convinzione della presenza di una sua ‘piazza’ di spaccio nel rione. Due mesi dopo questo fatto e nel mirino della banda sarebbe finito il cognato: “Stai facendo il furbetto quando l’aria a Casalnuovo si paga tu non respirerai più sei morto” la minaccia rivolta al 35enne, arrestato nel 2017 per droga. Tempo sei giorni e dopo un tentativo – andato a vuoto – di chiarimento messo in atto dalla moglie all’esterno di un bar di Licignano, un’auto tentò di investire lei – che era incinta – e la ragazza. Questo episodio – denunciato ai carabinieri – le provocò un forte stato di agitazione che rischiò di farle perdere la gravidanza.
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