Omessa bonifica di una discarica, Pellini a processo

By on 23 dicembre 2017

Uno dei fratelli imprenditori del settore rifiuti rinviato a giudizio insieme alla madre. Comune pare civile.

ACERRA – Omessa bonifica di una discarica, a processo Cuono Pellini. E’ quanto risulta dopo la decisione del tribunale di Nola che ha rinviato a giudizio l’imprenditore acerrano del settore rifiuti e e sua madre, titolare della società proprietaria di alcune particelle del fondo incriminato. Prima udienza prevista a metà gennaio, data in cui il Comune di costituirà pare civile nominando anche un legale in giudizio, l’avvocato Domenico Russo. La questione riguarda un appezzamento di località Lenza-Schiavone ad Acerra in cui la Municipale trovò alcuni rifiuti.

La Procura sequestro il terreno, con il Comune che ordinò agli stessi titolari di bonificare l’area. I Pellini e la società che fa capo all’anziana madre diedero disponibilità al risanamento previo dissequestro. La vicenda, però, è andata avanti fino a questa nuova grana giudiziaria, che arriva dopo la condanna definitiva a 7 anni a testa per disastro ambientale colposo in conseguenza della quale lo scorso maggio Cuono, Salvatore e Giovanni Pellini furono arrestati e trasferiti in carcere. Un anno difficile per il terzetto che a febbraio aveva portato la Finanza ad un ingente sequestro patrimoniale per un valore di circa 200 milioni di euro: un ‘tesoro’ che secondo le forze dell’ordine sarebbe scaturito dai profitti illeciti accumulati negli anni attraverso la continuata perpetrazione di gravi reati ambientali. Reati che la magistratura ha riconosciuto definitivi a maggio con una sentenza della Corte di Cassazione.

Proprio quell’inchiesta aveva portato la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Napoli, su proposta della locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia – a sequestrare 250 fabbricati, 68 terreni, 50 autoveicoli ed automezzi industriali, 3 aeromobili e 49 rapporti bancari. In quella circostanza, tuttavia, era emersa come particolarmente anomala l’irrisoria quantità di capitali liquidi rintracciati sui conti correnti dei citati imprenditori: ecco che così, due mesi fa, era arrivato un altro sequestro da due milioni in titoli e contanti, praticamente la ‘cassa’ della famiglia, tutto intestato alle mogli dei tre imprenditori e depositati in una società fiduciaria di Milano. Il sospetto alla base di questa nuova indagine era che c’erano troppi pochi ‘liquidi’ per la cospicua quantità di beni finiti sotto sequestro a febbraio. Così l’attività è andata avanti, con il Gruppo Criminalità Organizzata delle fiamme gialle di Napoli che aveva sviluppato ulteriori mirati accertamenti di natura economico-patrimoniale, soprattutto attraverso l’esame e l’approfondimento della copiosa documentazione reperita presso alcune banche.

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