Cronaca e Attualità

Omicidio Caruso, condannato il killer

L’assassino era reo confesso ed è stato riconosciuto collaboratore di giustizia. La famiglia della vittima costituita parte civile.

ACERRA – Omicidio Caruso, 12 anni al killer. E’ quanto ha stabilito ieri mattina il gup del tribunale di Napoli Rosa De Ruggiero nei confronti di Gaetano Castaldo – detto o’ barbiere – il 33enne di Acerra ritenuto responsabile di aver ammazzato Adalberto Caruso la sera del 19 settembre 2015 a piazza San Pietro ad Acerra. Il giovane è divenuto collaboratore di giustizia ed in virtù di tale aspetto beneficia di uno sconto di pena: è reo confesso. A quasi un anno dall’agguato, per l’esattezza a luglio del 2016, il giovane acerrano chiese alla polizia del commissariato ad Acerra di essere prelevato a casa per spiegare le modalità di quel delitto – e non solo – del quale si è assunto la responsabilità materiale.

A provocare la morte di Caruso, da tutti conosciuto come Ignazio a’mpechera, non ci sono fatti legati alla camorra locale, della quale la vittima era estranea, ma un futile motivo conseguente ad un litigio tra alcune donne e lo stesso Ignazio. L’uomo fu ucciso mentre era seduto su una panchina a piazza San Pietro con un colpo di pistola in testa. Per questo fatto l’antimafia chiese la custodia cautelare anche per un’altra persona – ritenuta il mandante –  che il gip di Napoli però, rigettò. In realtà gli obiettivi da uccidere, stando al suo racconto, sarebbero stati due: oltre a Caruso sarebbe dovuto morire anche un altro uomo, un imprenditore incensurato che dalle dichiarazioni di un altro pentito ‘eccellente’ – Impero De Falco – è considerato il ‘titolare’ dell’approvvigionamento dell’hashish ed uno dei referenti per la divisione dei proventi delle estorsioni.

Castaldo parla di un complice che avrebbe guidato lo scooter, un Sh, col quale si sarebbero diretti poi a Caivano da un parente del suo boss. Qui sarebbero stati raggiunti prima da due affiliati al clan, ai quali avrebbe consegnato la pistola e successivamente da due personaggi del posto, incaricati di indicare il luogo dove bruciare il motorino e poi recuperare killer ed autista. Nel processo per l’omicidio la famiglia di Adalberto Caruso si è costituita parte civile.

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