“Ho vissuto un calvario durato cinque lunghi anni”

Lettera aperta alla città di Acerra dell’ex consigliere Antonio Bicucci dopo l’assoluzione con formula piena di tutti gli imputati per una vicenda riguardante un risarcimento danni.

Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta alla città di Acerra a firma del dott. Antonio Bicucci (nella foto), ex consigliere comunale

 

Lettera aperta alla città.

 

Cinque anni sono un’eternità.

Gli ultimi cinque anni sono stati per me un lungo calvario, carichi di una profonda e lacerante sofferenza quotidiana. La conclusione del procedimento penale con l’assoluzione di tutti gli imputati perché “il fatto non sussiste” e soprattutto la puntuale ricostruzione articolata dal Tribunale di Nola nella motivazione della sentenza, fanno piena e definitiva luce sulla vicenda del “muro”. La giustizia ha compiuto il suo corso, facendo emergere tutti i problemi, le inadeguatezze e le contraddizioni di un modo di amministrare che – in vario modo – sono costretti a pagare i cittadini, anche quando si trovano a rivendicare semplicemente un diritto verso la pubblica amministrazione.

Dopo una vicenda del genere, nella quale – non si deve dimenticare – dei cittadini avevano subito un danno ingiusto, si dovrebbe seriamente riflettere su questi problemi, cercando, nell’interesse della città, di modificare radicalmente le logiche amministrative e i meccanismi dell’esercizio del potere pubblico, in una ferma e rigorosa distinzione, peraltro stabilita dalla legge, tra politica e dirigenti. Di fronte a una vicenda del genere, si dovrebbe con senso di responsabilità ragionare sui singolari modi con cui un’indagine di polizia giudiziaria prende avvio al Comune di Acerra e si indirizza, per caso, per interlocuzioni privilegiate o per rapporti personali, in un modo piuttosto che in un altro, in una direzione piuttosto che in un’altra.

In ogni caso, per un’idea alta e nobile della politica e per un personale rigore morale, in questi ultimi cinque anni, ho deciso di rinunciare a qualunque impegno politico e istituzionale, sebbene per decenni fossi stato chiamato dai cittadini a ricoprire il ruolo di consigliere comunale. Accanto a queste profonde convinzioni, me lo consigliava un rivoltante senso di ripulsa verso una classe politica cinica, spregiudicata e senza valori che aveva innescato questa vicenda del “muro”, per una chiara operazione politica, per l’appunto cinica, spregiudicata e senza valori.

Si trattava di compiere – attraverso accuse infamanti – un lucido disegno di potere, coltivato da tempo da due persone, con l’apporto indispensabile di ciabattini e servi sciocchi, pronti a chinarsi per elemosinare la propria, piccola parte.

Su questo è giusto ritornare.

Come è noto, questa ingiusta e penosa vicenda nasce dall’approvazione, peraltro all’unanimità, da parte della Giunta comunale di una delibera con la quale prendeva avvio – dopo anni di inerzia e vessazioni – il procedimento di risarcimento del danno subitoda una proprietà familiare, ad opera del servizio comunale di raccolta dei rifiuti. Alla fine, a rispondere definitivamente del danno procurato sarebbe stata la società affidataria del servizio.

Nella normale logica e dialettica istituzionale, se quella delibera fosse stata sbagliata, inadeguata o comunque inopportuna, un consigliere comunale di maggioranza avrebbe avuto tutto il diritto e il dovere di sollevare la questione nella sede propria, al fine di consentire una rivalutazione del caso o un utile approfondimento. Se fosse stato, poi, così convinto della gravità dell’atto avrebbe dovuto, su un terreno politico, innanzitutto chiedere le dimissioni dei componenti dell’esecutivo e del sindaco, partendo dal proprio assessore di riferimento e, sul piano amministrativo, chiedere conto al dirigente e al segretario generale dei pareri di regolarità tecnica e legale espressi nel provvedimento.

Se questo non è avvenuto, si potrebbe pensare per esempio, a qualche ragione di rivalsa per qualche aspirazione personale o familiare insoddisfatta o frustrata, confondendo perversamente legittime aspettative per un diritto o peggio per una prerogativa. Se questo, tuttavia, non è stato impedito e non è stato ricondotto alle fisiologiche dinamiche, da chi aveva il peso e la responsabilità politica, è perché è stato valutato e calcolato un possibile vantaggio.

La realtà è molto semplice: erano maturi altri tempi

Adesso, credo, per Acerra sia tutto più chiaro!

Admin-2014

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