ACERRA – Le parole le porta via il vento, come sempre. Le frasi di facciata e le passerelle sono all’ordine del giorno sopratutto in tragedie umane e sociali che scuotono una comunità stanca ed assopita. Ci riferiamo ovviamente alla storia di quello che a giusta ragione viene considerato un eroe: Michele Liguori, il vigile ‘zelante’.
Dopo aver dovuto subire in vita l’onta dell’indifferenza che spesso sfociava nella presa in giro, tacciato di essere un visionario allarmista, degradato a vigilante del Castello Baronale da un mediocre pigmeo, continua ad essere mortificato da uno stato che lo ha lasciato solo, anche dopo la morte. Michele è morto lo scorso 18 gennaio per un tumore al fegato causato, presumibilmente, dal contatto con le sostanze tossiche che combatteva, in particolar modo la diossina. Eppure per l’Inail di Nola il suo sacrificio è stato vano: “Per il decesso dell’assicurato non può essere riconosciuto il diritto alla rendita ai superstiti, in quanto la morte non è riconducibile all’evento”. Con queste parole, taglienti come una lama, l’ente ha spiegato ai familiari del vigile eroe che non esistono collegamenti tra l’aver frequentato per 13 anni luoghi altamente tossici e l’avvento di un cancro.
Le ultime analisi del sangue tuttavia avevano confermato i sospetti: il suo corpo era intossicato dalla diaossina con cui era entrato in contatto negli anni. A riconoscerlo, benché implicitamente, era stato persino il Capo dello Stato Giorgio Napolitano: “Partecipo al cordoglio per la scomparsa di un servitore delle istituzioni, che si è adoperato nell’affrontare la situazione devastante determinata nella Terra dei Fuochi”. Per l’Inail, tuttavia, Liguori non si è ammalato per quella battaglia, bensì per altre cause. (ark.gia.)
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