“Una enorme mole di rifiuti, impossibile che l’ambiente non ne abbia risentito”

By on 5 gennaio 2018

Pubblicate le motivazioni della Cassazione che aveva confermato la condanna a 7 anni a testa per disastro ambientale nei confronti dei fratelli Pallini.

ACERRA – I Pellini hanno trattato una mole di rifiuti talmente elevata che è impossibile che possa essere risultata neutra ed indifferente rispetto all’equilibrio ambientale. E’ quanto in sostanza spiega la Corte di Cassazione nelle motivazioni della sentenza dello scorso maggio che ha condannato in via definitiva a sette anni di reclusione a testa per disastro ambientale i tre fratelli imprenditori nel settore rifiuti. Il pool di legali di Cuono, Giovanni e Salvatore Pellini (quest’ultimo sottufficiale dei carabinieri) aveva impugnato il provvedimento in quanto aveva ritenuto fondamentalmente non provato il danno. Il richiamo alle intercettazioni, alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia ha consentito di articolare alla Suprema Corte un complesso ragionamento sulla scorta del quale si è ritenuta la fattispecie di disastro ambientale. I rifiuti, infatti, trasferiti dal Veneto in Campania e conferiti presso i siti dei Pellini subivano la modifica della causale (trattandosi di prodotto da avviare allo smaltimento in discarica) e attraverso operazioni di manipolazione e trasformazione illegale erano avviati al recupero nonostante la normativa di settore lo vietasse.

Un’attività ripetuta e continuativa che aveva assunto proporzioni enormi “rispetto alle quali – scrivono gli ‘ermellini’ – l’impossibilità di tracciare il ciclo e la vita del rifiuto stesso era funzionale alla concretizzazione di uno smaltimento illecito che avveniva contaminando i suoli e l’ambiente”. Il disastro si è verificato, dunque, perché migliaia di tonnellate di rifiuti con quelle caratteristiche non potevano non avere un effetto distruttivo sull’ambiente. Tali rifiuti, proprio perché smaltiti in maniera illecita e in ragione della natura e delle caratteristiche di composizione, contenendo sostanze incompatibili con la conformazione naturale dell’ambiente in cui erano abusivamente immessi ne alteravano gravemente l’equilibrio, trasformandone le caratteristiche e le vocazioni essenzialmente agricole che così venivano compromesse. Un disastro che deriva pertanto da un’attività di continuo e ripetuto sversamento di rifiuti pericolosi, come quelli indicati (per milioni di tonnellate) che risultano diffusi in maniera incontrollata in una parte delimitata dell’ambiente e senza il rispetto delle minime regole che permettono l’individuazione delle sostanze in essi contenuti, così producendo una lesione all’equilibrio ambientale di proporzioni assolutamente gravi. “Si genera, allora, il pericolo per la pubblica incolumità pur in assenza di eventi di morte o lesioni”.

I fatti vertono intorno ad ‘Ultimo Atto-Carosello’, un’articolata inchiesta conclusasi nel 2006 sul traffico di rifiuti dal Nord verso il Napoletano. In primo grado, Giovanni e Cuono Pellini rimediarono 6 anni, Salvatore quattro. A inizio 2015 venne ribaltata la sentenza di fine marzo 2013 anche per altri due carabinieri coinvolti nella vicenda: il maresciallo Giuseppe Curcio, infatti e l’appuntato Vincenzo Addonisio vennero assolti per non aver commesso il fatto. Assoluzione che arrivò anche per Giuseppe Buttone e per gli altri venti imputati. L’inchiesta ‘Carosello-Ultimo Atto’ ha riguardato un falso giro di bolla ideato allo scopo, secondo quella che era l’accusa, di nascondere la reale natura e il reale quantitativo dei rifiuti in arrivo nelle discariche aperte in provincia di Napoli nel corso dell’emergenza risalente a oltre dieci anni fa.

Rispetto alla sentenza di primo grado, dunque, la Corte d’Appello e la Cassazione hanno riconosciuto il reato di disastro colposo: qui è stato riconosciuto anche il risarcimento per gli allevatori Cannavacciuolo, il cui gregge pascolava nella contrada Lenza Schiavone – lì dove insistevano gli impianti di trattamento dei rifiuti ma dove non sono state trovate tracce di diossina – con la Corte che in questa prospettiva ha richiamato il principio che governa la prova del nesso causale dell’incidenza maggiormente probabilistica. In primo grado la contestazione di traffico illecito di rifiuti, inoltre, fu assorbita dalla prescrizione o dall’assoluzione a seconda delle posizioni, così come era stata cancellata anche l’aggravante della matrice camorristica per aver agito al fine di agevolare il clan Buttone di Marcianise.

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